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Banca Mondiale, Italia scarsa nel business
L'Italia è 87esima fra i 183 paesi della graduatoria della Banca Mondiale sul "Fare business". Sul podio Singapore, Hong Kong e Nuova Zelanda.
Non si può certo dire che l'Italia si distingua nel mondo come ambiente fertile per fare business. Nella classifica della Banca Mondiale, "Doing Business 2012: Doing Business in a More Transparent World" (Fare business 2012: fare business in un mondo più trasparente), il nostro Paese scende all'87esimo posto, perdendo quattro posizioni rispetto all'83esimo posto dell'anno scorso, che già fotografava una situazione non brillantissima.
La graduatoria riguarda 183 paesi in tutto il mondo e li analizza attraverso dieci parametri: avviare un'impresa, permessi di costruzione, energia, registrare una proprietà, ottenere credito, protezione degli investitori, tasse, commercio internazionale, rispettare i contratti, risolvere le insolvenze.
Al numero uno del mondo si conferma Singapore, un posto considerato leader per il commercio internazionale. Invariati anche gli altri due gradini del podio: seconda Hong Kong, terza la Nuova Zelanda.
In genere sono pochi i cambiamenti nella top ten. Due le new entry, la Repubblica di Corea (la Corea del sud, insomma), ottava (dal precedente 15esimo posto), e l'Islanda, nona dal precedente 13esimo posto. Si segnala un avvicendamento fra Norvegia, sesta, e Gran Bretagna, settima. E, pur perdendo due posizioni rispetto all'anno scorso, al decimo posto c'è quell'Irlanda che è uno dei paese protagonisti della crisi del debito europea (uno dei punti forti è la tassazione, favorevole alle imprese, che infatti fu uno dei punti critici in sede di messa a punto del piano di ristrutturazione). Per il resto, tutto invariato: Usa al quarto posto, Danimarca quinta.
E veniamo all'Italia, che con il suo 87esimo posto è fra i fanalini di coda d'Europa: dopo di noi solo la Serbia, 92esima, e la disastratissima Grecia, 100esima. A grande distanza i partner forti dell'euro come la Germania, 19esima, e la Francia, 29esima.
Il punto più debole dell'Italia era e resta la possibilità di far rispettare i contratti, voce per la quale manteniamo il pessimo 158esimo posto dell'anno scorso. Note dolenti anche sul fronte della tasse, 134esimo posto, e delle forniture energetiche, 109esimo. La voce invece in cui perdiamo maggiormente posizioni rispetto alla classifica dell'anno scorso è quella relativa all'apertura di nuove attività, in cui siamo al 77esimo posto scendendo dieci gradini, seguita dalle tutele per gli investitori, (65esimo posto, -5), tassazione (-3), permessi di costruzione (96esimo posto, -3), mentre perdiamo due punti nella registrazione delle proprietà (84esimo) e nell'accesso al credito (98esima).
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