Libia, caos per petrolio e gas ma non solo

La crisi di Tripoli impatta su altri settori, come le costruzioni. Il governo tranquillizza sul gas: l'Italia non corre pericoli. Il caso Unicredit.

Il petrolio continua a volare, le forniture di gas dalla Libia sono state sospese. Ma dalle istituzioni e dalle imprese arrivano dichiarazioni rassicuranti. Sia il ministro degli Esteri Franco Frattini che il suo collega allo Sviluppo Economico Paolo Romani sottolineano che l'interruzione è una conseguenza che l'Italia puo' tranquillamente sostenere, grazie agli approvvigionamenti da altri paesi. Stamattina c'è stata una riunione del comitato tecnico d'emergenza e monitoraggio del sistema gas presso il dicastero allo Sviluppo.

"Abbiamo simulato tanti scenari negativi e in nessuno di questi c'è pericolo per la distribuzione di gas in Italia" ha spiegato al termine Paolo Romani, aggiungendo che la Penisola non intaccherà le riserve strategiche: "abbiamo una riserva strategica di 5,1 mld di metri cubi che è la risorsa del Paese nei casi di vera emergenza e non siamo in questo caso. C'è poi una risorsa aggiuntiva, che si forma nei mesi più caldi, che nel peggiore dei casi potremo utilizzare". Comunque, l'Italia si muoverà utilizzando a pieno regime impianti che oggi sono sfruttati solo parzialmente. Frattini aveva precedentemente spiegato a sua volta che l'Italia andrà avanti regolarmente grazie alle forniture da Algeria, Azerbaijan, Russia e Paesi del Golfo.

Queste le ultime novità sul fronte del gas, dopo che ieri nel tardo pomeriggio l'Eni aveva ufficiliazzato la sospensione della fornitura dalla Libia attraverso il gasdotto Greenstream, aggiungendo di essere comunque "in grado di far fronte alla domanda da parte dei proprio clienti".
Intanto proseguono le tensioni sui futures del greggio, che stamattina hanno continuato a viaggiare poco sotto la soglia dei 107 dollari al barile (Brent), dopo aver toccato ieri un top sopra quota 108. Restano livelli record, che si ripercuotono negativamente sui prezzi dei carburanti. Ne risentono in particolar modo gli automobilisti e i consumatori, ma anche le compagnie aeree, come sottolinea il direttore generale della Iata Giovanni Bisignani: "il rialzo dei prezzi del petrolio in scia alle proteste in Medio Oriente e Nord Africa sono la principale sfida per il settore".

In borsa, il rialzo dei prezzi dei carburanti controbilancia i problemi legati alla fornitura per le emittenti del settore energetico. In Piazza Affari Eni viaggia con un leggero rialzo, facendo meglio del settore europeo oil and gas. Da segnalare fra le altre cose l'andamento in deciso rialzo di Enel Green Power, probabilmente perchè la situazione avvantaggia le società che producono energie da fonti alternative.
Se questa è a grandi linee la situazione sul fronte dei contraccolpi energetici, un altro settore che è destinato a soffrire particolarmente è quello delle costruzioni. "Ci sono imprese italiane già impegnate in azioni e lavori che possono complessivamente raggiungere i quattro miliardi di euro" ha spiegato il ministro Frattini. Fra le imprese italiane interessate da contratti con la Libia, Saipem (che in un consorzio al quale partecipa anche Tecnimont si è aggiudicata il primo dei tre lotti di un'autostrada litoranea da 3 miliardi di euro), vincendo una gara a cui erano interessate anche Impregilo e Astaldi. Anche Finmeccanica sta realizzando opere infrastruttrali in Libia, e nel paese sono attive anche altre grandi aziende come Anas o Iveco.

Fra l'altro, aziende come Eni, Finmeccanica e Impregilo hanno soci libici nel capitale. Su questo fronte il caso più sostanzioso è rappresentato da Unicredit che fra il 4,988% della Banca centrale libica e il 2,598% del fondo sovrano Libyan Investment Authority ha circa il 7,5% del capitale nelle mani di investitori di Tripoli. Ieri si è svolto un cda che aveva in programma la discussione di un accordo su queste partecipazioni (per limitare il diritto di voto al 5% ), ma il dossier Libia è stato rinviato. Assente il governatore dell'istituto centrale libico, Farhat Bengdara, che è anche vicepresidente di Unicredit.
In termini molto generali, questo è il quadro degli interessi che intercorrono fra Italia e Libia, ben sintetizzati dall'economista Marzio Galeotti su LaVoce.info: "l'Italia rappresenta il primo partner commerciale della Libia. La quota italiana delle importazioni libiche si è attestata nel 2009 al 17,4 per cento, nel primo semestre del 2010 le nostre esportazioni verso quel paese sono cresciute del 4 per cento". 

Barbara Weisz

23 Febbraio 2011

Commenti

  1. Ma siamo proprio sicuri che la situazione sul fronte degli approvvigionamenti sia così sicura e tranquilla? Non è che c'è un po' da preoccuparsi? Un filino?
    Sandro kensan Mercoledì 23 Febbraio 2011, ore 20:56
  2. Dal portale Indymedia: http://piemonte.indymedia.org/article/11834 ENI Libia: sangue & petrolio. Quando l?ENI faceva affari d?oro in Libia, arricchendo il rais di Tripoli e s?ENImpippava delle sanziENI ONU e USA. Pardon sanzioni. Quando ci son di mezzo montagne di quattrini non ci si ferma davanti a niente e nessuno. E? scritto anche in un dossier dell?ENI. C?è un dossier ENI-LIBIA che porta la data del 14 luglio 1998 (lo trovate qui allegato pdf e riprodotto). ?ENI-LIBIA Wafa Field e NC41 Offshore Progetto GAS?. Gli uomini della società dell?Ing. Mattei avvertono che se si porterà a compimento questo progetto con il dittatore di libico Muhammar Gheddafi bisognerà poi fare i conti con le sanzioni USA. Dice il dossier l?Eni: ?Le sanzioni colpiscono i soggetti (Società Petrolifere) operanti in Libia con ?contratti? la cui validità è successiva alla data di entrata in vigore del ?Act? e che violino le sanzioni imposte dall?ONU (risoluzioni 748 del 1992 e 883 del 1993). Non sono colpiti dalle sanzioni i contratti precedenti all?entrata in vigore del ?Act? e tutti i contratti di fornitura di beni, servizi e tecnologia. Per ?contratti? si intendono accordi con entità Libiche, relativi allo sviluppo di risorse petrolifere in Libia (esplorazione, estrazione, trasporto e raffinazione). Le sanzioni colpirebbero la Società che ha posto in essere il comportamento sanzionato e le sue Consociate a conoscenza di tale comportamento. Sono pertanto escluse le Società dello stesso Gruppo, non a conoscenza del comportamento sanzionato (?innocent Subsidiary?). Le sanzioni che verrebbero imposte potranno essere scelte dal Presidente degli Stati Uniti tra le seguenti: 1) l?export-import Bank degli Usa non può concedere finanziamenti, garanzie ed assicurazioni relativamente all?esportazione dagli USA di beni o servizi destinati ad una Sanctioned Person. 2) Il Governo degli USA non può concedere permessi di esportazione dagli USA di beni e tecnologie destinate ad una Sanctioned Person. Il divieto si riferisce esclusivamente a beni e tecnologie la cui esportazione debba essere autorizzata dal Governo USA. 3) Le banche statunitensi non possono concedere finanziamenti superiori s 10.000.000 US$ all?anno ad una Sanctioned Person, a meno che la Sanctioned Person non utilizzi tali finanziamenti per attività umanitarie. 4) Gli istituti di credito e finanziari che siano Sanctioned Person non possono partecipare al mercato dei titoli di stato USA come ?primary dealers?, né possono essere depositari di fondi del governo USA. Il Governo degli USA non può approvvigionarsi di beni e servizi da una Sanctioned Person. Il Presidente può imporre sanzioni finalizzate a limitare l?importazione negli USA di beni e servizi prodotti da una Sanctioned Person?. Come la storia c?insegna l?ENI s?ENIfischia altamante delle sanzioni USA/ONU e - oltre a riempire le sue - ha foraggiato per oltre quarant?anni le casse del colonnello Gheddafi a suon di miliardi di dollari. Tutto sto fiume di denaro dall?ENI ad uno dei più criminali e sanguinari dittatori del continente africano. Nel Verbale (n. 9) della Riunione del Consiglio di Amministrazione dell?ENI Spa del 14 luglio 1998 (che trovate qui allegato pdf) il Presidente dell?ENI, Ing. Guglielmo Antonio Claudio Moscato da conto delle lunghe trattative intercorse con le autorità libiche: ?Il Presidente informa il consiglio che ha Divisione ha definito un ?heads of agreement? per l?importazione di gas dalla Libia, ricorda quindi che a definizione di tali accordi ha richiesto un lungo negoziato sui cui sviluppi il Consiglio è stato informato nella riunione del 28 ottobre 1997 e che le intese raggiunte consentono di porre le condizioni per lo sfruttamento commerciale del gas dei giacimenti di Wafa e della struttura NC41? L?Ing. Sguaini conclude la relazione rappresentando l?andamento delle produzioni del gas equity italiano e libico per il periodo 1998-2010 e gli indicatori di redditività del progetto che presenta un tasso di redditività interna del 15,87% nel caso base e del 17,15% nel caso con investimento inferiori del 10%...?. Nel Dossier ?ENI-LIBIA Wafa Field e NC41 Offshore Progetto GAS?, come noterete si tracciano proiezioni di lungo termine e scenari di profitti sin?oltre il 2013. Dimenticando, come insegna il mitico Prof. Giulio Sapelli (insigne storico dell?economia nonché consigliere dell?ENI) che ?non esistono più gli elementi stocastici di mercato. Esistono solo gli elementi stocastici geostrategici. Ad esempio Bolivia. Chi l?avrebbe mai detto che la Bolivia andava verso la scissione. E? quello che sta capitando in Bolivia. Pensiamo al pericolo che abbiamo avuto sul Blu Stream. Noi abbiamo corso (ancora lo corriamo meno) se facevano il gasdotto, o la pipelines Baku-Ceyhan la previsione dei nostri utili sul Blue Stream quasi si dimezzavano??. Il gasdotto Baku-Ceyhan venne poi costruito (purtroppo per l?Eni).. Gli scenari cambiano. In Egitto Mubarak ora va a tener compagnia alle mummie. Idem in Tunisia Ben Alì. In Algeria, Yemen ed in tutte le aree del mediterraneo la popolazione oppressa per decenni è in rivolta. La Libia è a ferro e fuoco. Chi l?avrebbe mai immaginato che nel 2011 anche un pazzo criminale come Muammar Gheddafi sarebbe arrivato al capolinea? Che il gasdotto ENI del Greenstream (collega Libia e Sicilia) avrebbe smesso di sfornare petrodollari? Una volta l?Eni risolveva fomentando le rivoluzioni (v. in Algeria e Iran). Lo ricordava il mitico Prof Giulio Sapelli in una convention dell?ENI Corporate University (v. video Eni a margine del presente articolo): ?? io sono un ammiratore dell?impero britannico ? naturalmente non possiamo fare come gli Americani di cambiare presidente, organizzare le rivoluzioni arancioni, non abbiamo più questi mezzi, l?abbiamo fatto in Algeria tanti anni fa, in Iran forse con Mossadeq ma adesso siamo diventati una società più normale, meno avventurosa, non facciamo più di queste cose. Probabilmente bisognerebbe continuare a farlo, ma questa è una visione che ognuno ha delle società petrolifere. Io sono uno molto all?antica su cosa devono essere?. Oggi, la società di Paolo Scaroni come risolverà? Fomenterà anche in Libia? Qualche sospetto verrebbe. Specie dopo che abbiam visto il logo dell?ENI sulla giacca di un mercenario che sparava sulla folla.
    INeuropa Domenica 27 Febbraio 2011, ore 19:14

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