Lavoro, il ddl torna alle camere

Il Governo disponibile ai cambiamenti chiesti dal presidente Napolitano. Stamattina Berlusconi al Quirinale. Ecco i punti controversi e i principali contenuti della nuova legge sul lavoro

E adesso il disegno di legge sul lavoro torna alla Camere. Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rinviato all'esame del Parlamento la legge che riforma il diritto del lavoro, e il Governo si è subito dichiarato disponibile a ridiscutere il testo sulla base dei rilievi mossi dal Quirinale. Questa mattina il presidente del Consiglio Berlusconi si è recato al Quirinale per un colloquio che, probabilmente, ha riguardano anche queststo punto.

I dubbi del Quirinale, motivati con un documento letto in aula dal presidente di Montecitorio Gianfranco Fini, riguardano la forma della legge, eccessivamente complessa ed eterogenea, e alcuni punti del contenuto, che riguardano in particolare la tutela del lavoro.

Per quanto riguarda la forma, Napolitano spiega: «il provvedimento, che nasce come stralcio di un disegno di legge collegato alla finanziaria 2009, ha avuto un travagliato iter parlamentare nel cors del quale il testo, che all'origine constava di 9 articoli e 39 commi e già interveniva in settori fra loro diversi, si è trasformato in una legge molto complessa, composta da 50 articoli e 140 commi riferiti alle materie più disparate».

Entrando poi nel merito, il presidente critica in particolare due articoli, il 31, che «modifica le disposizioni del codice di procedura civile in materia di conciliazione e arbitrato nelle controversie individuali di lavoro» e il 20, «relativo alla responsabilità per le infezioni da amianto subite dal personale che presta la sua opera sul naviglio di Stato». Temi che Napolitano definisce «di indubbia delicatezza sul piano sociale, attinenti alla tutela del diritto alla salute e di altri diritti dei lavoratori».

Le perplessità sull'articolo 31 riguardano l'arbitrato, ovvero la possibilità di risolvere le controversie di lavoro in modo alternativo al ricorso al giudice. Napolitano ritiene che «l'introduzione nell'ordinamento di strumenti idonei a prevenire l'insorgere di controversie ed a semplificarne ed accelerarne le modalità di definizione» sia «certamente apprezzabile» e meriti «di essere valutata con spirito aperto». Ma critica alcune disposizioni che prevedono, per esempio, che il ricorso agli arbitri possa essere deciso al momento della stipulazione del contratto fra azienda e dipendente, con un'apposita clausola. Si tratta di una fase in cui il dipendente è in una condizione di debolezza rispetto al datore di lavoro, e questo contrasta con il principio della volontarietà dell'arbitrato, che deve essere assicurata.  

La questione dell'articolo 20 riguarda le sanzioni penali per le morti o le lesioni subite dai militari sulle navi di stato, e il fatto che la norma renderebbe impossibile il risarcimento del danno.

Su questi punti il Parlamento dovrà tornare a discutere. Ma il disegno di legge prevede molti altri cambiamenti, fra cui per esempio l'introduzione dell'apprendistato a 15 anni, per cui un giovane può entrare in azienda nell'ultimo anno di istruzine obbligatoria, la possibilità per il ministero del Welfare di decidere misure di sostegno ad hoc per i disoccupati, sanzioni più severe contro il lavoro nero, la ribadita necessità di applicare le pari opportunità nella pubblica amministrazione.

Barbara Weisz

1 Aprile 2010

Tags: legge, governo, ddl

Commenti

  1. UN COLPO DI TEATRO IPOCRITA L'arbitrato non deve intervenire in materia di licenziamento La "velina" della batteria massmediatica di oggi sul rinvio alle Camere della legge 1167 è: si tratta di motivi di "opportunità" e non di "anticostituzionalità". La velina poi suggerisce di parlare molto della ipotesi "risarcitoria" in caso di licenziamento senza giusta causa. Gli stessi opinionisti che, fino a ieri, a fronte delle bestialità delle leggi ad personam, sostenevano, con piglio assai arcigno, che il Presidente della Repubblica non ha alcun diritto di entrare nel merito delle leggi approvate ma soltanto quello di verificarne la costituzionalità, oggi si diffondono in prose assai suadenti e comprensive su un rinvio che sarebbe dovuto soltanto a ragioni di "opportunità politica". Ma come? Il Presidente esprimerebbe quindi una valutazione "politica" e suggerisce al governo un approccio diverso al problema? La verità è che Napolitano, pur rinviando il testo alle Camere, non ha citato le ragioni per le quali è davvero incostituzionale e cioè che l'arbitrato non può sostituirsi alla sentenza di un Magistrato in materia di licenziamento e che il risarcimento non è alternativo al diritto al reintegro, ma si è limitato a sollevare le ragioni per le quali Ichino e Treu si sono dichiarati contrari alla 1167 e cioè la confusa e leguleia formulazione dell'art.31 della 1167. In sostanza si vuole un testo meno attaccabile dal punto di vista del diritto costituzionale. Infatti Napolitano mette l'accento sulla "volontarietà" dell'arbitrato appellandosi ipocritamente al concetto di minus habent. Dico ipocritamente perchè la soluzione che suggerisce non cambia sostanzialmente lo scopo della legge che lo stesso Napolitano dice di "apprezzare"- L'avvio della privatizzazione della gestione del diritto con strumenti della cosidetta sussidiarietà non viene contestato. Non viene ricordato il diritto di ogni cittadino di avere un giudice a cui ricorrere. In sostanza, se la Camera accoglie i rilievi di Napolitano senza escludere l'arbitrato dai contenziosi per licenziamenti, l'art.18 si può considerare spacciato. La posta in gioco è costituita da alcuni milioni di lavoratori di una età compresa tra i quaranta ed i sessanta anni con una anzianità maturata da dieci anni a salire. Questi lavoratori costituiscono ancora il nucleo forte della classe operaia meno ricattabile perchè protetta appunto dall'art.18 e più "costosa" nonostante i bassi salari per via dei diritti maturati in azienda. Si vorrebbe un gigantesco turn over con la sostituzione con giovani e stranieri magari interinali e con i malvagi contratti della legge Biagi che consentono il dimezzamento della paga contrattuale. La parola magica per questa carneficina che getterebbe nel pozzo della disoccupazione milioni di lavoratori è "flessibilità". Lavoratore "usa e getta" e non ha importanza se è padre di due o tre figli e se uno questi studia e se c'è un mutuo da pagare. Quello che conta è mettere il volitivo e rampante imprenditore nelle condizioni di massimizzare al massimo il plusvalore del lavoro per magari accumulare all'estero ingenti ricchezze sottratte al fisco. La morale asociale del nuovo diritto del lavoro scritto dai Sacconi, Cazzola, Ichino e compagnia bella è questa: il profitto a qualsiasi prezzo. I felloni sindacati italiani che hanno accompagnato tutto il processo di degradazione dei diritti dei lavoratori fino a questa punultima stazione di Via Crucis (la prossima sarà il sotterramento dellla legge 300, Statuto dei Diritti dei Lavoratori) dovrebbero prendere atto che l'Italia della "modernizzazione" del lavoro è povera fino all'indigenza, infelice, disperata, senza futuro. Le stesse classi imprenditoriali e commerciali dovrebbero riflettere sulle conseguenze della diminuita capacità di acquisto delle famiglie dei lavoratori dipendenti, sui negozi vuoti (tranne quelli di lusso). Se l'Italia è in crisi lo deve alla legge Biagi ed alla concertazione che ha abbattuto i salari del quaranta per cento in pochi anni. La flessibilità tanto decantata anche a sinistra da personaggi come D'Alema è un disvalore mentre la "rigidità " è un valore perchè consente di accumulare esperienza e sicurezza. La rigidità per quasi un secolo ha spinto l'economia all'innovazione tecnologica ed al vero ammodernamento. La flessibilità scarica i difetti dell'azienda sul costo del lavoro e tarpa le ali della ricerca di nuove vie. Spero che la CGIL, piuttosto che celebrare con avversari dichiarati dei diritti come la Cisl e l'Uil il Primo Maggio, voglia presentare al Parlamento una proposta chiara e limpida di risposta alla nota del Quirinale: l'arbitrato non deve intervenire in materia di licenziamento. Ogni proposta diversa da questa è di cedimento alle oscene voglie del padronato. Pietro Ancona http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it
    pietro ancona Giovedì 1 Aprile 2010, ore 15:30

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