Il manager di oggi: ecco le regole d'oro

Il complesso sistema di mercato nel quale operano le imprese impone al manager una visione sempre meno sistematica e statica del suo ruolo a favore di un approccio creativo, flessibile e aperto alla "contaminazione esterna"

«Se vogliamo sviluppare le nostre competenze manageriali, non possiamo contentarci di guardare nello specchietto retrovisivo: non basta studiare l'operato delle imprese e dei manager di successo; si deve anche anticipare il futuro e i prevedibili cambiamenti e mettere le aziende con tutto il loro personale in condizione di affrontare con successo i nuovi compiti che le attendono», afferma G.Morgan (professore di Administration Studies alla York University).

Questa frase che apre il "Riding the Waves of change: Developing Managerial Competiencies for a Turbolent Word" del 1998 è da un ventennio che imperversa all'interno del mondo imprenditoriale e degli stessi manager, o meglio, di coloro che aspirano a diventare tali. Una affermazione che implica in sé stessa una domanda, un dubbio su quali siano le competenze manageriali necessarie per gestire le organizzazioni, anche le più complesse. Esiste cioè un set standard di capacità universali o quanto meno trasversali a tutte le imprese?

Tutti gli studi sull'argomento confermano che oggi non siamo più di fronte ad un manager fermo nel suo ruolo, autoritario, esiste più che altro un individuo autorevole con una grande intelligenza emotiva, in grado di gestire le contraddizioni, di creare coinvolgimento tra il personale, con la flessibilità di chi sa guardare al futuro.

Una sintesi quindi di capacità imprenditoriali, relazionali e sociali che poi devono essere declinate nello specifico contesto in cui il manager opera. Stiamo parlando di competenze trasversali che ridisegnano il ruolo di chi guida le imprese o comunque ne gestisce le principali aree di competenza. Sembra quasi paradossale ma nel momento in cui si ha la gestione di particolari processi aziendali, nonché di team di lavoro da organizzare e far coesistere, occorre dimenticarsi, o meglio, accantonare i principi teorici brillantemente appresi duranti i percorsi universitari, quelli che disegnano il manager come figura a sé stante, essere decisionale e accentratore delle decisioni e del potere.

Questa figura, probabilmente statica, deve essere sostituita da un individuo che, al di là di studi e ricerche elaborati dalla scrivania, sia poi in grado di sporcarsi le mani nel contesto lavorativo, sia in grado di leggere oggettivamente l'azienda per cui lavora, riconoscendone limiti e potenzialità, e, ancor più, che sia persona capace di integrarsi nei team di lavoro da lui gestiti.

Lo scenario complesso che attraversa il mercato contemporaneo impone al manager non solo di saper riconoscere i suoi talenti gestionali ma anche di far emergere quelli dei suoi collaboratori, deve saper ascoltare e comunicare, motivare, stimolare e rispondere a qualsiasi sollecitazione esterna, deve saper diventare "un razionale visionario".

Luca Gianella

15 Giugno 2009

Commenti

  1. Condivido pienamente tutto ciò che l'articolo esprime, c'è un ma......purtroppo la classe dirigenziale tende inevitabilmente a fare casta....pertanto il protezionismo del ruolo assunto impedisce di vedere oltre e di ambire necessariamente ad un costante miglioramento. E sin qui non abbiamo ancora il danno peggiore : è l'esempio che ne scaturisce che crea la maggior confusione negli aspiranti e giovani manager! Da tutto ciò la spirale che impedisce il cambiamento necessario ed imperdibile ai giorni attuali. Siamo in netto ritardo rispetto alla tabella di marcia nel confronto con la tecnologia ad esempio, ma anche in altri settori il divario aumenta e lo squilibrio crea conflittualità e perdita delle preziosissime risorse umane. Nel mio settore specifico siamo letteralmente all'età del bronzo nella migliore delle valutazioni. Ringrazio dell'opportunità di aver potuto esprimere il mio pensiero. Saluti, Stefano Alunni.
    stefano Martedì 16 Giugno 2009, ore 08:25

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