Telelavoro? Italia agli ultimi posti

Panoramica su una pratica in crescita ed incentivata dall'Unione europea che in Italia trova scarsa applicazione e forti resistenze

Agli italiani il telelavoro (telework, telecommute o e-work) piace poco. Una recente indagine promossa da Eurofound mostra infatti l'Italia in una posizione di fondo classifica, per la precisione al 25° posto, considerati 27 paesi europei più la Norvegia.

In Europa, però, durante gli ultimi anni il telelavoro è cresciuto passando dal 5 al 7% degli occupati (2000-2005). La più alta percentuale è stata riscontrata nella Repubblica Ceca, dove 1 lavoratore su 7 opera in questa modalità, ma buone performance ottengono Belgio, Danimarca, Olanda, gli stati del Nord, compresa la Norvegia, e i nuovi membri UE. Viceversa, si osserva un trend recessivo in Bulgaria, Lussemburgo, Cipro, Portogallo e Romania.

Lo sviluppo del telelavoro è connesso alla progressiva diffusione dell'IT. Grazie ai networks di computer e alla reti di telecomunicazione molti lavoratori sono in grado di svolgere le loro mansioni da remoto, fuori dalla sede centrale dell'azienda (cosiddetta delocalizzazione della prestazione). Telecentri, home office (a domicilio), deskless job, telecottage, ufficio virtuale sono tutti nomi che indicano la multiforme articolazione del telelavoro, a testimonianza della sua vitalità espressiva. Le fasce sociali interessate da questo genere di attività, in prevalenza maschile e di tipo complementare, riguardano dirigenti, agenti di vendita, semplici impiegati. Quanto allo status di impiego i telelavoratori possono essere inquadrati come dipendenti o come collaboratori autonomi.

Le istituzioni europee, riconoscendo l'importanza di una realtà innovativa comprendente una «gamma di situazioni e di prassi ampia ed in rapida espansione», hanno cercato di incentivare e regolamentare il telelavoro. Nel 2002, dopo l'intervento della Commissione europea indirizzato alle parti sociali , è stato realizzato, su base volontaria, un accordo-quadro comunitario (European Framework Agreement), che affronta diversi profili ed aspetti della materia, dalle condizioni di lavoro, alla sicurezza, salute, formazione.

Secondo l'art. 2 di questo testo, che obbliga i contraenti, il telelavoro «costituisce una forma di organizzazione e/o di svolgimento del lavoro che si avvale delle tecnologie dell'informazione nell'ambito di un contratto o di un rapporto di lavoro, in cui l'attività lavorativa, che potrebbe anche essere svolta nei locali dell'impresa, viene regolarmente svolta al di fuori dei locali della stessa». La definizione è stata ripresa dall'Accordo Interconfederale per il recepimento dell'Accordo Quadro Europeo, sottoscritto in Italia nel 2004 dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni imprenditoriali, intesa nella quale viene peraltro confermato il carattere volontario dell'adozione del telelavoro insieme alle tutele e ai diritti propri delle forme lavorative più ordinarie.

La contrattazione collettiva nazionale rappresenta un mezzo di implementazione previsto dalla normativa UE. Tuttavia, un numero di paesi ha preferito introdurre misure legislative mentre altri ancora hanno deciso un indirizzo più soft, fatto di linee guida e raccomandazioni.

Alcuni governi europei considerano il telelavoro come uno strumento di reinserimento di gruppi sociali emarginati o svantaggiati e a favore di persone disabili. In altri casi, si valuta positivamente il suo contributo al conseguimento di obbiettivi ambientali e di salute pubblica dal momento che ha impatto su traffico ed inquinamento.

Per un imprenditore il telelavoro consente di trarre un vantaggio a livello di maggiore flessibilità e produttività ma non vanno sottaciuti gli aspetti negativi legati a fattori organizzativi, difficoltà tecniche e costi eccessivi per l'allestimento delle strutture a distanza.

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Carlo Lavalle

25 Febbraio 2010

Commenti

  1. Le resistenze al telelavoro in Italia, dove si potrebbero trarre più vantaggi che altrove,sono frutto combinato di ignoranza del tema, pregiudizi diffusi a vari livelli e miopia politica. L'argomento è molto articolato e non è il caso di analizzarlo: mi limito ad osservare che, da quando si parla di telavoro, lo sviluppo tecnologico è stato assai rilevante e consente oggi molteplici soluzioni con conseguente flessibilità d'impiego. Mentre è opportuno porsi nel mezzo tra valutazioni entusiastiche e oggettivi limiti applicativi, ritengo che saranno le circostanze indotte dalla crisi tuttora in atto, alcune verosimilmente irreversibili, a portare il tema alla giusta attenzione.
    Enzo R. Sabato 27 Febbraio 2010, ore 15:01
  2. Sicuramente ci sono molteplici fattori che rallentano la diffusione del telelavoro. Ma il problema, in sintesi, è che l?Italia ha un modo vecchio di concepire il lavoro. In italia l'età media della popolazione è sempre più vetusta e con l'età viene meno la voglia e la forza di cambiare anche perchè la capacità di apprendimento è minore. Come può un paese di vecchietti cimentarsi con le nuove tecnologie!? Altri paesi, con mentalità più giovane, stanno cogliendo l'opportunità. Avranno aziende snelle, flessibili e sicuramente dipendenti più sereni. Delle loro scelte ne beneficerà anche l'ambiente senza contare dei molteplici altri benefici collettivi su viabilità e riduzione degli incidenti. Un ulteriore fattore che sicuramente non aiuta e la scarsa diffusione della banda larga specie in quelle aree, periferiche o rurali, che dal telelavoro trarrebbero i maggiori benefici perchè distanti dai centri o per la possibilità di valorizzare le aree rurali. Potrebbe essere davvero una ricetta anti crisi introducendo un po di freschezza in questo paese...ma noi siamo troppo vecchi!!! Se vi fa piacere vi consiglio questo blog all'etichetta Telelavoro http://myecomondo.blogspot.com/ Ciao a tutti
    Max Lunedì 1 Marzo 2010, ore 18:39

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